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Tatuaggi - Massimo - Aqcciacunti

Massimo

"Sono un tatuatore, un marito, un papà"

Ad un certo punto della mia vita, dopo aver lavorato tanti anni in cucina, ho deciso che volevo fare qualcosa che mi piacesse di più. Chiedevo al destino di trovare qualcosa per cui potessi lavorare per vivere e non viceversa. Fino a quel momento facevo lo chef. Il lavoro mi impegnava troppo. Toglievo tempo alla famiglia, agli affetti, agli svaghi. Così ho deciso di abbandonare il posto di lavoro e trovare una situazione che mi facesse guadagnare di meno ma mi rendesse più libero.

In quel momento della mia vita avevo più tempo per ragionare e riflettere su chi volevo essere.

Quasi per caso, come un gioco del destino, mi sono ritrovato con un’attrezzatura per tatuaggi in mano. Un giorno mi trovavo in uno studio di tatuaggi, improvvisato, di un collega. Mentre eravamo lì entra un ragazzo. Dice che deve vendere la sua attrezzatura perché deve partire e andare via da Palermo. Il mio collega mercanteggia, fino a scendere di prezzo, e mi chiede di prestargli dei soldi. Tiro fuori la somma pattuita, lui mi guarda e mi dice:“Tieni. Comincia a tatuare”. Amo dire che eravamo tutti in orario per un appuntamento col destino.

Della mia infanzia ricordo i miei nonni.

Avevano un albergo a piazza Politeama. In un albergo di quel tipo entra chiunque. I ciclisti del giro d'Italia, quelli della targa Florio, giornalisti, magliari napoletani che passavano il tempo giocando a carte. Il rumore che ricordo è il motorino dell'acqua che partiva dentro la cucina dell'albergo. Da piccolo volevo fare l'astronauta o l'archeologo. A 18 anni avevo già sei o sette tatuaggi. Il primo: un guerriero vichingo sul braccio. Era il 1992, i tatuaggi erano ancora una cosa strana, soprattutto per Palermo.

L'arredamento del mio Studio mi rispecchia.

Passo la maggior parte della mia giornata qui dentro. Volevo qualcosa che mi ricordasse la bellezza e mi facesse stare bene. Volevo creare il mio avamposto di bellezza. Se mi chiedi del futuro, ti rispondo con una frase, un antico proverbio giapponese che recita:” Parla dell'anno prossimo e farai ridere il diavolo”.

 

Il "rumore" di Massimo

 

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