Sono nata sieropositiva. Simona. palermo

Simona

"mi fa ridere la stupidità delle persone che discriminano chi è come me"

Sono nata sieropositiva. I miei genitori erano ex tossicodipendenti. Ho scoperto di esserlo a tredici anni. Prima di allora questa verità mi era stata nascosta. Frequentavo le scuole medie. Ricordo che leggevo un libro dal titolo affascinante: “Christiane F., Noi, i Ragazzi dello Zoo di Berlino”. Molti dei miei coetanei lo leggevano. Parlava di droga e di ragazzi con una vita sregolata. Sentivo mia zia e mia nonna, bisbigliare, preoccupate.

Allora ho collegato tutto.

Ho capito che i miei genitori erano stati tossicodipendenti e che erano morti, quando ero molto piccola, a causa di complicazioni legate all'AIDS. Fino ad allora pensavo di essere una bambina come tante altre. Sebbene andassi in ospedale, periodicamente, ho sempre creduto che quei controlli mensili fatti di ricoveri e di flebo fossero la normalità. A 13 anni per continuare a frequentare la scuola, sono stata costretta a portare un certificato medico, non venivo invitata alla feste ed ero vittima di scherzi telefonici non troppo divertenti.

Oggi sono qui per dire che la sieropositività è una patologia e non una malattia che porta alla morte.

A volte mi fa ridere la stupidità delle persone che discriminano chi è come me, a causa della scarsa informazione. Tutti si “sentono esperti” ma poi, se tenti di approfondire l'argomento, ti accorgi di come l'ignoranza venga riempita da pregiudizi e preconcetti. Nonostante i casi di HIV siano in aumento, di prevenzione si parla sempre di meno. Se non ci fossero le associazioni non se ne parlerebbe affatto. Il vuoto di informazione e di sostegno lascia soli tanti ragazzi, che per paura si lasciano andare o si tolgono la vita.

Nel 2017, l'immagine del sieropositivo è ancora quella che veniva trasmessa in tv negli anni ottanta.

Per molti, purtroppo, siamo sempre quelli circondati da un alone viola che, come un'etichetta, ci tiene separati dal resto dei “normali”. Quando andiamo nelle scuole o nelle discoteche per promuovere campagne di informazione e sensibilizzazione, i ragazzi ci guardano straniti. I presidi, spesso, ci vietano di utilizzare parole come “penetrazione” e di spiegare come si utilizzano i preservativi, che sono, ancora oggi, l'unica difesa sicura.

Non ho mai avuto una relazione stabile.

Ogni volta che tento di legarmi ad una persona, non appena racconto la mia storia, scappa. L'indomani mi arriva un messaggio sul telefono pieno di insulti e di immotivate paure. Non ho mai rischiato. Il preservativo viaggia sempre con me, nella mia borsa. Mi è già capitato di rilasciare interviste ma sempre sotto falso nome o con il volto oscurato. Questa volta ho deciso di farlo.

Sento dentro di me la necessità di fare chiarezza con me stessa e con chi mi conosce.

Cerco di integrare la Simona che ogni giorno è piena di cose da fare con la Simona sieropositiva che ha paura di buttarsi a capofitto nell'ennesima storia e di essere nuovamente delusa. Oggi un sieropositivo può avere, una vita normale. Ci sono nuovi farmaci che hanno migliorato la qualità della vita. A Palermo conosco tante persone che hanno ancora difficoltà a dire, anche agli amici più intimi, la verità.

Sogno ad occhi aperti


 

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